Conte riss italia: la notte del ct che chiese la serie a ferma il 15 maggio

Antonio Conte salì su quel pullman di Coverciano come un capitano che sa già di dover affondare o conquistare. Era il 14 agosto 2014, mancavano dieci mesi a Euro 2016 e l’Italia puzzava ancora di sudore brasiliano. Il ct, appena nominato, non chiese pietà: pretese la Serie A ferma il 15 maggio, 20 giorni di raduno e colloqui individuali con ogni allenatore di club. La Lega ascoltò, annuì, poi programmò la finale di Coppa Italia per il 21. Inizia così la storia di un’avventura azzurra fatta di urla, stage contestati e un contratto record da 4,5 milioni.

La prima riunione con i club: «parliamoci, altrimenti è guerra»

Donadoni, Allegri, Mihajlovic, Spalletti: tutti rinchiusi in una sala di Milano, luglio 2014. Conte, jeans e polo, parlò per un’ora senza appunti. Voleva sapere chi stava per contratto, chi aveva qualche acciacco, chi poteva staccarsi dal club a maggio. «Non è una cena di gala, è l’Italia» sbottò, quando qualcuno si lamentò degli stage azzurri a febbraio. La foto di gruppo non la scattarono mai.

La rabbia era figlia del Brasile, dove Prandelli aveva portato l’etica ma anche Balotelli e l’uragano interno. Conte non voleva ripetere l’errore: «Il ct deve poter chiamare 365 giorni l’anno, altrimenti è solo un parcheggio di nomi». Così telefonò a Buffon, a Chiellini, a Pirlo. A tutti, tranne che a Prandelli. «Non mi ha mai chiamato» disse, e la frase fece il giro dei siti per una settimana.

Stage, oriundi e codice etico: la rivoluzione silenziosa

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Convocò Eder, Vasquez, perfino si sognò Vecino. Scatenò Mancini: «In nazionale solo chi nasce qui». Rispose con un’altra lista: Zaza, Giaccherini, Parolo. «Il passaporto non conta, conta il sangue che versi in allenamento». Instaurò il «codice Conte»: smartphone in borsa durante i pasti, ritardi pagati alla cassa comune, Instagram vietato dopo le 23. Bonucci postò «sciacquatevi la bocca» dopo Juve-Roma e finì in mezz’ora a spiegare il senso della frase davanti a Buffon e De Rossi.

I numeri gli davano ragione: 24 punti su 30 nelle qualificazioni, primato nel girone. Ma il Paese si divideva tra chi lo vedeva «commissario politico» e chi lo osannava per aver ridato identità. Perfino Balotelli, escluso, twittò «Non vedo l’ora di Euro 2016». Conte gli rispose in sala stampa: «Se non vede l’ora di giocare, si veda con me. Altrimenti guardi la tv».

Il 2-0 alla spagna e il caffè per löw: l’epica durò un rigore

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Francia, 27 giugno 2016, stade de Toulouse. Chiellini, Pellé, 2-0 alla Spagna. Conte urlò «Forza!» fino a perdere la voce. Ai quarti la Germania, 1-1, poi i rigori. Darmian sbagliò, Hector replicò. 6-5 e l’Italia piangeva in coro. Conte, in panchina, si morse le dita fino a sanguinare. «Non è un addio, è un arrivederci» promise, ma già sapeva che il Chelsea lo aspettava e che la Lega non avrebbe mai accorciato il campionato.

A luglio firmò per Londra. Alla presentazione disse: «In nazionale ho dato l’anima, ma il calcio è anche questo: ti chiudono la porta e trovi un’altra finestra». L’Italia di Euro 2016 resta l’unica, vera favola dell’era Conte. Ventidue partite, 14 vittorie, 43 gol fatti, 15 subiti. Numeri da generale, non da mago. E forse è per questo che ancora oggi, quando la Serie A finisce il 26 maggio, qualcuno mormora: «Se solo l’avessimo chiusa il 15…».